The Kingdom of Fire
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Titolo: The Kingdom of Fire
Autrice: Dragoneyes
Serie: Eyeshield 21
Capitolo 1/?
Nome capitolo: La città alle pendici del vulcano
Rating capitolo: PG
Genere: Fantasy, Romantico a tempo perso (XP)
Pairing: Musashi/Hiruma
Warnings: Yaoi, AU, probabile un po’ di OOC dovuto all’AU
Disclaimer: v.v ovviamente i personaggi non sono miei, neppure ci sarebbe da chiedere, e altrettanto ovviamente non guadagno neppure una caramella balsamica a scrivere questa fic...quello che è mio è solo il background e gli eventuali personaggi originali....
Dedicato a: Xele-nii come sempre perché si sorbisce la mia acidità periodica, a cugi Noha perché è un’ottima risolutrice di problemi e a Northy che è l’unica persona che riesce a gestire un Agon allo stesso tempo tremendamente IC e tremendamente OOC XD.
Nota: questa fanfiction è il continuo di “Elven Luck”

- Legenda -
tra “...” il parlato
tra *...* il pensato


Musashi osservò non molto convinto il frutto rosso che il demone gli aveva appena dato in mano.
“È commestibile” ghignò divertito quest’ultimo notando la sua mancanza di esaltazione.
“È commestibile per te” replicò di rimando il guerriero quando Hiruma spaccò il proprio a metà ed adocchiando ancora più dubbioso la polpa di un inusuale colore violaceo.
“È commestibile anche per gli umani” commentò divertito il demone, ridacchiando tra sé: era raro vedere Musashi in quello stato di incertezza, e la cosa lo stava facendo divertire notevolmente “Se non fosse così non potremmo usarlo come merce di scambio con i tuoi simili” aggiunse precisando il fatto che quel frutto, noto ad entrambi i popoli come pitaya, era già stato abbondantemente sperimentato dalla razza del suo compagno.
Il guerriero, tuttavia, continuò ad adocchiare diffidente quella ‘cosa’ che aveva in mano: aveva una forma ovaloide e la buccia aveva una colorazione rossastra e una consistenza tale da non renderlo molto appetibile. Ancora meno appetibili erano quelle escrescenze verdi simili a foglie che pendevano leggermente da essa, la quantità quasi improponibile di semi di cui era pieno e la polpa purpurea.
“Mio padrone, non ti intimorirà mica un semplice frutto?” domandò divertito il demone avvicinandosi a lui mentre mordeva parte del proprio, osservando l’altro divertito.
“Come faccio a sapere se il mio schiavo non stia tentando di avvelenarmi?” replicò di rimando il guerriero con un sospiro anche se stava cominciando a rendersi conto di quanto fosse assurda la propria cocciutaggine per una stupidaggine simile.
Alla fine si convinse a prendere un morso di quell’affare che aveva in mano, se non altro per togliere quel ghignetto dalla faccia dell’altro, e trovandolo più dolce di quello che aveva pensato all’inizio.
“Visto che non era pericoloso?” domandò divertito il biondo mentre tornava a fissare la distesa di sassi intorno a loro.
Ormai erano passate più di tre settimane da quando i due erano stati costretti a fuggire e il demone aveva deciso di propria iniziativa di portare il guerriero nel proprio regno.
...regno che si chiamava Valle del Fuoco decisamente per un buon motivo, aveva stabilito Musashi ad un certo punto quando aveva constatato come il sole picchiasse e come sembrasse che le nuvole non gradissero minimamente quel cielo.
“In sé non fa così caldo” gli aveva spiegato Hiruma quando avevano cominciato la loro traversata in quella distesa stepposa “Il problema è che la maggior parte delle nuvole da pioggia si fermano sui monti intorno alla valle prima di arrivare qui”
Musashi stava cominciando a capire perché l’imperatore non fosse mai riuscito a conquistare quel luogo: le condizioni climatiche non erano certo delle più favorevoli a far passare un esercito – sole a picco ed armature metalliche mal si mescolavano insieme -, specialmente considerando che i suoi uomini non erano abituati come i demoni a quelle temperature elevate, alla scarsità di cibo e alla scarsità d’acqua...e dubitava anche fortemente che avessero conoscenze come quelle di Hiruma su come ricavare entrambi questi ultimi dalle poche piante che incontravano per strada.
A questi andavano poi aggiunti i serpenti, gli scorpioni – bestioline sconosciute a Musashi finchè non se ne era trovata una a zampettare allegramente sopra di lui quando si era svegliato una mattina – le lucertole giganti e possibilmente altre creature pericolose che fortunatamente non avevano ancora incrociato.
Il guerriero lanciò un’occhiata verso Hiruma intento a finire l’altra metà della sua pitaya. Era stata una vera fortuna averlo con lui: grazie al fatto che un demone era stato pronto a garantire per lui, erano riusciti a passare il confine senza troppi problemi...certo poi il fatto che fosse in buona parte a causa di quello stesso demone se era stato costretto a fuggire era un altro discorso...
“Quanto manca ancora?” domandò quando l’altro ebbe finito e sembrò propenso a ripartire.
“Uhm...ormai dovremmo esserci quasi” replicò il demone muovendo il capo come se stesse annusando l’aria intorno – ed una parte di Musashi si chiese se effettivamente non stesse riconoscendo la zona in cui si trovavano dall’odore – “Un paio di giorni, tre al massimo se andiamo con calma”
Il guerriero annuì e si rimisero in marcia.


Musashi non aveva mai visto nulla del genere, anzi, a dirla tutta, non aveva mai visto nulla costruito dai demoni in generale.
Quando era stato ancora ragazzino una volta suo padre l’aveva portato alla capitale dell’impero. All’epoca era rimasto entusiasta ed eccitato dall’estensione della città e dalla moltitudine di persone che l’abitavano, ma Azerah, la capitale del regno dei demoni, era tutta un’altra cosa.
Mura bianche ovunque, mura bianche che rilucevano a causa del sole a picco che riscaldava quella valle, facendola sembrare a distanza simile ad un enorme gioiello sfolgorante. Era costruita ai piedi dei monti che circondavano la Valle del Fuoco e sembrava emanare un’aria di allegra vitalità che il guerriero non avrebbe mai immaginato considerando i racconti che l’imperatore si prodigava di far diffondere sul conto dei demoni.
Man mano che si avvicinavano alle mura che circondavano la città, Musashi potè notare i vari carri di mercanti in arrivo od in uscita dalla città che si affrettavano verso la porta d’ingresso e che venivano sottoposti ad una sommaria ispezione da parte delle guardie che presiedevano i cancelli.
Una volta raggiunta l’entrata, lasciò che fosse il demone a parlare per loro, non sapendo come doversi comportare in quella situazione, ma sentendosi tranquillizzato dal fatto che Hiruma non sembrasse preoccupato del fatto che stesse portando un umano in città.
“Nome e motivo del viaggio?” domandò una delle guardie senza alzare lo sguardo dal blocco di fogli che aveva in mano, lo sguardo annoiato di chi non ha fatto altro tutto il giorno che segnare il nome dei visitatori o di coloro che avevano lasciato la città.
“Youichi del Sole Nero, e sto tornando a casa” replicò il demone, e un ghignetto appena accennato sembrò piegare le sue labbra mentre pronunciava quelle parole.
Per un istante Musashi aggrottò la fronte, sapeva che i demoni non avevano un cognome vero e proprio ed usavano per identificare la propria famiglia lo stemma che lo rappresentava...ma perché aveva la netta sensazione di dover sapere a chi appartenesse il simbolo del sole nero?
Per un istante la guardia prese nota tranquillamente di quello che le era stato riferito, poi sbatte le palpebre come se stesse rileggendo più e più volte quanto appuntato, infine il suo viso scattò verso l’altro e le sue spalle si raddrizzarono mentre fissava il demone biondo con occhi sgranati.
“GENERALE?!”
Per alcuni istanti Musashi non riuscì a formulare un pensiero coerente.
...ecco perché aveva avuto l’impressione di dover sapere a chi appartenesse quello stemma...
Youichi del Sole Nero.
Generale dei demoni della Valle del Fuoco...
...e figlio dell’attuale sovrano dei demoni.
Musashi era riuscito nell’improbabilissima impresa di comprare da un mercante di schiavi il maledettissimo principe dei demoni in persona!
Ancora vagamente intontito da quella rivelazione, voltò lo sguardo a fissare l’altro mentre quest’ultimo sembrava vagamente divertito da tutta quella situazione.
Il soldato che li aveva accolti, una volta ripresosi dallo stupore iniziale, stava ora insistendo per dare al proprio generale e al ‘suo umano’ una scorta, ma Hiruma aveva declinato velocemente l’offerta dicendo che l’unica cosa che gli premeva in quel momento era parlare con i suoi genitori ed una sfilata di soldati avrebbe creato troppa confusione.
“Hiruma...” cominciò Musashi quando finalmente entrarono in città “...tu sei...estremamente pieno di sorprese” facendo piegare le labbra del demone in un ghignetto divertito “C’è altro di cui mi hai tenuto all’oscuro e di cui dovrei essere informato?”
“Uhn...no, non che mi venga in mente” replicò di rimando il biondo “Ah, te l’ho già detto che sono sangue misto?” domandò tranquillo mentre il suo ghigno si allargava nuovamente.
“No, non me lo avevi detto...ma l’aveva già ipotizzato Mamori visti quei capelli chiari che ti ritrovi” rispose l’umano con un sorriso appena accennato sulle labbra. Per un istante rimase in silenzio e il suo sguardo si assottiglio: nominare Mamori gli aveva riportato un vago senso di disagio in corpo, non era per nulla certo di avere fatto una cosa buona lasciandola indietro. Sperò con tutto sé stesso che nessuno le stesse dando grane e tentò di convincersi che non avevano motivo di sospettare di lei, specialmente se la giovane donna fosse stata brava a giocare le sue carte e a convincere i servi dell’Imperatore che era all’oscuro della presenza del demone.
Si riscosse da quei pensieri solo quando avvertì un dito sottile pungolarlo sulla tempia: Hiruma aveva notato il suo improvviso mutismo e sembrava aver intuito quale fosse il problema.
“Tu pensi troppo” commentò quest’ultimo facendo scorrere il dito sulla sua guancia, sfiorandola appena mentre lo osservava con i propri occhi chiari “Ci sono già qui io a pensare per entrambi, non c’è bisogno che ti arrovelli il cervello in quel modo: quella donna non è così stupida da farsi fregare dai soldati del vostro Imperatore”
Musashi sbattè le palpebre a quelle parole, preso alla sprovvista. Poi, lentamente, la coscienza di quello che implicavano si fece strada dentro di lui e un sorriso gentile gli piegò le labbra: quello stupido demone era preoccupato per lui.
“Sì, non è così stupida” convenne riprendendo a camminare insieme all’altro lungo la strada “Mi stavi dicendo poco fa del fatto che sei sangue misto...?” cambiò discorso ora che era stato rincuorato dalle parole dell’altro, e curioso di saperne di più sul suo compagno.
“La madre di mia madre è un gatto mannaro” Hiruma gli spiegò, annuendo appena “E come avrai già intuito è a causa sua se ho questi capelli e questi occhi chiari” aggiunse facendo un gesto della mano verso i suddetti “Inoltre...anche parte delle mie affinità magiche sono causate dal suo sangue dentro di me...”
“Affinità magiche?” Musashi non riuscì a trattenersi dal domandare: come per la maggior parte degli umani, le questioni riguardanti la magia erano per lui qualcosa di per lo più sconosciuto.
“A differenza di voi umani che potete imparare la magia solo tramite studio, noi demoni abbiamo già alla nascita una certa affinità per uno o più generi specifici di magia e possiamo utilizzarla istintivamente anche senza aver mai toccato un libro che la riguardi” spiegò Hiruma, un vago sorrisetto gli piegava le labbra, come se per qualche ragione questo fatto lo divertisse. Musashi annuì, riuscendo a seguire almeno istintivamente il discorso.
“E nel tuo caso?” domandò infine, osservando l’altro con la coda dell’occhio.
“Nel mio caso...” cominciò il demone, esitando un istante per poi continuare “...nel mio caso, una delle mie affinità è poco comune anche tra i miei simili e l’altra non ha precedenti se non nei sangue misti come me...ti ricordi i due lupi d’ombra?” chiese poi continuando solo quando ebbe ottenuto un cenno di assenso dall’altro “La prima delle due affinità che ti dicevo è quella di evocazione: istintivamente riesco a chiamare creature da altri mondi, dominarle e farmi ubbidire per limitati periodi di tempo”
Musashi tenne lo sguardo fisso su di lui. Non era in grado di immaginare come potesse funzionare un potere del genere, ma almeno a livello puramente teorico aveva capito di cosa l’altro stesse parlando.
“E la seconda?” domandò scrutando attentamente il volto del demone: aveva la sensazione che Hiruma fosse esitante per qualche motivo a parlare di quell’argomento.
“La seconda deriva dal sangue di gatto mannaro che mi scorre nelle vene” e la voce del demone suonò più bassa di come lo era stata fino ad allora “I gatti mannari sono rinomati tra le altre creature magiche per le loro abilità di preveggenza...”
Per un istante sembrò che non volesse continuare a parlare e Musashi decise di provare a dargli una spintarella a parole anche se già stava immaginando dove il demone stesse andando a parare.
“Quindi la seconda affinità di cui parlavi sarebbe...” cominciò ma venne interrotto da Hiruma quando questi si fermò d’improvviso.
“Siamo arrivati” proclamò fissando davanti a sé.
Il guerriero avrebbe voluto continuare il discorso ma vedendo la riluttanza dell’altro a parlarne decise di metterlo da parte per il momento. Spostò lo sguardo in modo da seguire quello di Hiruma e i suoi occhi si sgranarono mentre osservava quello che si profilava davanti a lui: in parte costruito nella rocca dei monti che cadevano a picco su un versante della città, in parte al di fuori di essa, il palazzo reale dei di Azerah era una visione che lasciava senza fiato. Bianco come il resto della città, risultava quasi abbagliante alla luce del sole che picchiava sulle loro teste.
“È bellissimo...” mormorò senza rendersene conto, sinceramente rapito da quella visione, e non si accorse del piccolo sorriso che piegò le labbra del demone a quelle parole. Tuttavia, così com’era venuto, quel sorriso si piegò presto in una smorfia vagamente irritata.
“È una gabbia per uccelli” replicò Hiruma altrettanto piano, come se fosse incerto sul se farsi udire dal guerriero o meno “Dorata e bellissima, ma è sempre una gabbia”
A quelle parole Musashi girò il capo a fissarlo e fece per dire qualcosa, ma la sua mente non trovò modo di replicare a quell’espressione inusuale che vedeva sul volto dell’altro. Decidendo infine di non dire nulla e si limitò ad allungare una mano ad accarezzargli il viso.
“Ti vedo di più come uccello selvatico che come un canarino in gabbia” mormorò piano, tastando il terreno come se stesse facendo attenzione a non irritarlo ulteriormente. Per qualche istante Hiruma non disse nulla, poi nuovamente quel mezzo sorriso piegò le sue labbra e questi girò il viso a dargli un morsetto giocoso sul palmo della mano. La sua lingua diede una rapida lappata sul pollice del guerriero per poi mettersi a succhiarlo con un’espressione ben poco equivocabile.
“Hiruma...” sospirò Musashi, avvicinandosi a lui. Fece scivolare via il dito dal calore della sua bocca e lo sostituì con le proprie labbra, baciando il demone con dolcezza, mentre con lente carezze coccolava il suo volto.
Fu solo quando udì un ben noto suono di fusa che il guerriero decise di separarsi lentamente dall’altro, ora certo che qualunque strana idea fosse passata per la testa del demone fosse ormai sparita.
“Vogliamo andare?” domandò mentre un sorrisetto gli piegava le labbra, notando lo sguardo ancora un pochino perso del biondo. Quest’ultimo gli diede un altro paio di baci leggeri sulla bocca per poi annuire e voltarsi nuovamente verso il palazzo reale.
“Sì, andiamo”